Era una giornata di inverno quando il sole giallo che brillava nell’azzurro cielo si incupì e gridò. Pezzi di vetro cadevan sulla terra trafiggendo cuori, demolendo luoghi. Calò il gelo e si aprì il sipario di un atto osceno. E il re potere iniziò il suo racconto.
La nostra quotidianità è ormai colma di immagini che narrano di due popoli non molto distanti da noi.
Queste stesse immagini hanno riportato alla mia memoria un ricordo: l’incontro di qualche anno fa con una delle opere d’arte di Picasso presso il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, sua maestà “Guernica”. Sono arrivata in quella sala in punta di piedi, con passo silenzioso per non disturbare cotanta bellezza. Passo dopo passo si accorciava la distanza tra me e quella immensità. Immensa per la sua imponente grandezza, immensa per il potere evocativo. Tutto contribuiva ad una drammatica narrazione: le figure deformate e taglienti, la scelta simbolica dei personaggi, le scelte cromatiche che prediligono il bianco, nero e le gradazioni di grigio all’assenza di altri colori. Sono stata immobile non so per quanto tempo a respirare le emozioni che giungevano da ogni singola trama di quella tela, da ogni singola pennellata. Il mio sguardo, da destra verso sinistra, percorreva un susseguirsi di immagini in un silenzioso rispetto, quasi ad inchinare il capo, a chiedere il permesso per entrare con delicatezza nella storia di quel popolo e nel vissuto del pittore. Una donna ferita con le braccia al cielo, le case in fiamme, un viso e una testa spettrale con in mano una lampada ad olio, e in basso una donna svestita. Al centro un cavallo nitrisce terrorizzato e calpesta il corpo di un soldato che stringe in una mano una lama spezzata da cui sembra nascere un fiore, quasi a simboleggiare il desiderio di una rinascita. Sul lato sinistro, in alto, una lampadina, la speranza di una luce nel buio, e una colomba, quasi impercettibile e invisibile, simbolo di una pace ormai offuscata, ferita, persa. Il toro, simbolo spagnolo e animale sacrificato nelle arene, e il grido di una madre che rivolge lo sguardo al cielo stringendo tra le braccia il proprio figlio che evoca la scena di una natività straziante o piuttosto una moderna pietà di Michelangelo. Guernica è un manifesto storico che documenta il potere, il conflitto, la supremazia nel nome del proprio e unico credo. E’ un manifesto di protesta contro l’orrore della guerra. E’ un viaggio emozionale che richiama un campo di battaglia del passato catapultato nel tempo presente in cui viene narrata la storia di un capitale umano in ginocchio, uomini, donne, bambini e città fantasma. La sofferenza umana è il principale attore sulla scena. Paura, strazio, terrore, ansia, panico, senso di impotenza, abbandono, rabbia, profonda tristezza. E’ una storia che si ripete, al di là dei luoghi, al di là del tempo, al suono delle bombe. Una guerra e le facce di una stessa medaglia affissa sul petto di chi vuol dettare le regole: da un lato il silenzio ingessato di persone sottomesse alla paura e al potere, dall’altro il coraggio di persone che resistono con tutta la forza che hanno in corpo per dar voce ad un inno alla vita, alla libertà, alla riconquista di una identità violata da una ennesima lotta che fa tremare luoghi del nostro mondo, e che ci rende ancor più fragili dopo due anni difficili dovuti alla pandemia. Accanto a una guerra e a un trauma collettivo, c’è un trauma individuale, una guerra interiore che ogni persona combatte mettendo in campo le proprie risorse per far fronte all’immenso dolore per un diritto negato, per aver perduto affetti e la propria vita, spazzata via da un vento ostile e violento. E poi c’è il vissuto di colui che guarda, spettatore fisicamente distante ma emotivamente vicino a quel dolore, sofferente e preoccupato per le conseguenze. E nei cuori di molti il desiderio, il bisogno di “essere umani” appartenenti ad un’unica razza, ad un’unica nazionalità, quella dell’umanità. Tra le tante parole di guerra e di pace udite in questi giorni mi ha colpito molto la frase di una donna ucraina. Alla domanda rivoltale “Che cos’è per lei la libertà?” la donna ha risposto “Vivere la vita in modo semplice, la vita che vogliamo, quella vita che ci rende felici”.