La parola “attesa”, dal latino “ad tendere”, significa “rivolgere l’animo a”. L’attesa si definisce in relazione a uno spazio e un tempo in cui si aspetta che qualcosa accada. Oltre alla dimensione spazio-temporale va considerata anche quella psicologica.
Nell’aspettare prende forma un dialogo e una relazione tra l’oggetto dell’attesa e colui che attende, si concretizza una distanza in cui si può cogliere il valore stesso dell’incontro con ciò che si aspetta. Il più delle volte viene vissuta come esperienza negativa, collegata ad un qualcosa di faticoso. Nell’epoca moderna del “tutto e subito” in cui il passo scorre veloce, il “mettere” o “mettersi in pausa” può attivare condizioni e vissuti contrastanti: la persona può sperimentare ansia, agitazione, frustrazione, alienazione e disagio, irrequietezza, affanno, sofferenza, oppressione, inquietudine e angoscia, senso di isolamento ed estraniamento piuttosto che senso di calma, pazienza, desiderio e gratificazione, tranquillità e pace, solitudine “positiva”, introspezione e intimità. L’attesa può aprire varchi o bloccare e generare stalli. Considerando la tematica e volgendo l’attenzione al panorama artistico, Edward Hopper, esponente del realismo americano, è considerato il pittore dell’attesa e della solitudine. Le sue opere, definite da un realismo metafisico denso di silenzio e mistero, esprimono la solitudine nascosta negli spazi e nei luoghi di vita quotidiana nella società del Novecento. I suoi dipinti non rappresentano persone in movimento o in rapporto dinamico, ma ferme, in una sorta di ruolo di voyeur. Queste rappresentazioni evocano storie di grande ricchezza narrativa e simbolica che si muovono in giochi di luci, ambienti ed arredi. La luce è l’aspetto rappresentativo della pittura di Hopper, luce che, come egli stesso afferma, «consente di sentirci al mondo». Nei suoi ritratti i momenti sembrano imbrigliati nel tempo, tutto viene rappresentato in uno scenario sospeso, immobile. Persone con lo sguardo perso nel vuoto o con lo sguardo diretto verso qualcosa che arriverà o che non tornerà. Guardare i suoi dipinti è come guardare un atto teatrale il cui protagonista principale è il silenzio che si muove tra corpi statici ma in cui prende vita un moto emotivo scandito dal ritmo dell’attesa. L’osservatore, entrando in contatto con i soggetti e gli ambienti rappresentati, si predispone egli stesso all’attesa, può sentirne le “tracce psicologiche”, può quasi sintonizzarsi con il loro battito del cuore, i pensieri e le emozioni, i desideri e le aspettative, i sogni realizzati o infranti, con il climax e l’atmosfera di quell’ambientazione. Nel saper attendere si coglie la narrazione di un tempo presente che apre una finestra al futuro. L’attesa come nutrimento e rivelatrice dei segreti della vita. Può avere un sapore amaro o dolce, può sorprendere, può portare ad esplorare e porre attenzione a parti di sé non considerate prima, può aiutare a contattare la quiete e riconsiderare un bisogno: quello di saper stare e restare nei “vuoti” in modo sano, di osservarsi, ascoltarsi, scoprirsi in un momento che può diventare un’occasione preziosa di crescita personale, e vivere e respirare pienamente il qui ed ora.